Natalie – Sotto di te

sotto di teImmagine presa da https://unamoleskine.wordpress.com/

Ora dormo. Sei lì sopra, russi un po’, mi fai sorridere. Non ti vedo ma il letto si muove coi tuoi respiri. Ci sono abituata, non riesco più a dormire senza vederlo gonfiarsi e sgonfiarsi sotto il tuo peso. Sono sotto di te, a volte allungo la mano e tocco il materasso, spero che tu mi senta, che te ne accorga ma nell’incertezza taccia. Spero che a volte la tua mano sporga dal letto invitandomi a toccarla, e che non sia solo un riflesso del sonno. Non ho mai preso quella mano, ho sempre avuto paura, ma molte volte sono stata così vicina a farlo che ho temuto diventasse reale.
A volte tocco il materasso, dicevo, da sotto. Lo accarezzo, faccio una leggera pressione perché tu possa percepire la mia presenza, e forse dormi già. Immagino che anche tu passi le tue notti ad occhi aperti, che cerchi di respirare piano perché non me ne accorga, che desideri affacciarti verso il mio letto, sotto il tuo, e guardarmi vegliare con te. Immagino che lo desideri quanto io desidero salire su quella scala ed accucciarmi ai tuoi piedi come una bestia fedele, chiudere gli occhi e non aver più bisogno di immaginare. Non aver più bisogno di quella scala.

Ti sento che respiri forte, stanotte. Forse sogni, e magari sogni di questi giorni persi nel silenzio dell’incapacità di comprendere cosa ci succeda. Da quando siamo tornati non parliamo più, da quando siamo tornati le parole bruciano più dei silenzi e i silenzi sono leggeri come l’aria di montagna. Sono più semplici. Non sussurrano più.

Vado a dormire, spero che i miei pensieri incontrino i tuoi, stanotte, che vi si intreccino e creino sogni nuovi. Spero di incontrarti in quei sogni e così, anche se non mi sveglierò al mattino al tuo fianco, saprò che per qualche ora ci siamo tenuti la mano. O sogneremo quei giorni insieme, l’odore di morte e paura, di vita, sospetto, l’odore di animali che si sentiva quando non eravamo a casa, e le nostre mani si toccavano per davvero di fronte al terrore di perderci.
Invece ci siamo persi quando pensavamo non potesse più accadere. Dopo tre anni e migliaia di scale e migliaia di corse e migliaia di noi, oggi ci siamo persi, dormiamo distanti, separati dal peso di noi stessi, separati da un materasso e da tutte quelle volte che la vita ci è sembrata tornare esattamente al giorno in cui tutto è cominciato. E ti amavo già allora, lo sai? Nel tuo essere quello che sei, nella tua natura, nella tua persona, nello sguardo glaciale che mi rivolgesti quella prima volta e nella voce dura che usasti quando ci scambiammo le prime parole. Ti amavo quando ti chiusi fuori dalla nostra camera e non volli vederti per giorni; ti amavo quando amavo un altro e pensavo a un altro; ti amavo quando cominciai a odiare me stessa, e salii quelle scale, ti cercai fino a svenire. E persi il respiro per te, persi me stessa per te, persi il mio mondo, per te. Persi ogni cosa per te e ad ogni cosa che persi ti amai, più di tutto, più di chiunque altro, più della mia vita, più di ogni respiro.
E proprio ascoltando il ritmo del tuo respiro chiudo gli occhi, non tocco più il materasso e resto ad ascoltarti come ho fatto per mille altri giorni. Stavolta ti amerò fino al mattino, poi io me ne andrò e nello stesso silenzio che ci portiamo ora addosso ci diremo addio, lasciandoci soli per un’ultima volta.

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