Natalie – Sotto di te

sotto di teImmagine presa da https://unamoleskine.wordpress.com/

Ora dormo. Sei lì sopra, russi un po’, mi fai sorridere. Non ti vedo ma il letto si muove coi tuoi respiri. Ci sono abituata, non riesco più a dormire senza vederlo gonfiarsi e sgonfiarsi sotto il tuo peso. Sono sotto di te, a volte allungo la mano e tocco il materasso, spero che tu mi senta, che te ne accorga ma nell’incertezza taccia. Spero che a volte la tua mano sporga dal letto invitandomi a toccarla, e che non sia solo un riflesso del sonno. Non ho mai preso quella mano, ho sempre avuto paura, ma molte volte sono stata così vicina a farlo che ho temuto diventasse reale.
A volte tocco il materasso, dicevo, da sotto. Lo accarezzo, faccio una leggera pressione perché tu possa percepire la mia presenza, e forse dormi già. Immagino che anche tu passi le tue notti ad occhi aperti, che cerchi di respirare piano perché non me ne accorga, che desideri affacciarti verso il mio letto, sotto il tuo, e guardarmi vegliare con te. Immagino che lo desideri quanto io desidero salire su quella scala ed accucciarmi ai tuoi piedi come una bestia fedele, chiudere gli occhi e non aver più bisogno di immaginare. Non aver più bisogno di quella scala.
Ti sento che respiri forte, stanotte. Forse sogni, e magari sogni di questi giorni persi nel silenzio dell’incapacità di comprendere cosa ci succeda. Da quando siamo tornati non parliamo più, da quando siamo tornati le parole bruciano più dei silenzi e i silenzi sono leggeri come l’aria di montagna. Sono più semplici. Non sussurrano più.

Vado a dormire, spero che i miei pensieri incontrino i tuoi, stanotte, che vi si intreccino e creino sogni nuovi. Spero di incontrarti in quei sogni e così, anche se non mi sveglierò al mattino al tuo fianco, saprò che per qualche ora ci siamo tenuti la mano. O sogneremo quei giorni insieme, l’odore di morte e paura, di vita, sospetto, l’odore di animali che si sentiva quando non eravamo a casa, e le nostre mani si toccavano per davvero di fronte al terrore di perderci.
Invece ci siamo persi quando pensavamo non potesse più accadere. Dopo tre anni e migliaia di scale e migliaia di corse e migliaia di noi, oggi ci siamo persi, dormiamo distanti, separati dal peso di noi stessi, separati da un materasso e da tutte quelle volte che la vita ci è sembrata tornare esattamente al giorno in cui tutto è cominciato. E ti amavo già allora, lo sai? Nel tuo essere quello che sei, nella tua natura, nella tua persona, nello sguardo glaciale che mi rivolgesti quella prima volta e nella voce dura che usasti quando ci scambiammo le prime parole. Ti amavo quando ti chiusi fuori dalla nostra camera e non volli vederti per giorni; ti amavo quando amavo un altro e pensavo a un altro; ti amavo quando cominciai a odiare me stessa, e salii quelle scale, ti cercai fino a svenire. E persi il respiro per te, persi me stessa per te, persi il mio mondo, per te. Persi ogni cosa per te e ad ogni cosa che persi ti amai, più di tutto, più di chiunque altro, più della mia vita, più di ogni respiro.
E proprio ascoltando il ritmo del tuo respiro chiudo gli occhi, non tocco più il materasso e resto ad ascoltarti come ho fatto per mille altri giorni. Stavolta ti amerò fino al mattino, poi io me ne andrò e nello stesso silenzio che ci portiamo ora addosso ci diremo addio, lasciandoci soli per un’ultima volta.

Il Sole in Inverno

Il sole in inverno Immagine di http://nnikoo.deviantart.com//caption

Il sole in inverno ha un odore particolare. Lo sento che mi entra nelle narici con un tepore fragile, un po’ un fiocco di neve al contrario. Un fiocco di luce che ti riscalda la punta del naso e poi non ce la fa. Ti saluta con l’affetto di chi sa di dover andare via, esaudisce i desideri nostalgici dell’estate, ti promette che lo rivedrai presto, poi fugge.

E’ a questo che penso quando esco dal cinema con voi, ed è già sera. Fuori è buio, le luci artificiali ci fanno strada, sento subito l’odore dell’inverno che bussa per la prima volta, questo Ottobre. E’ l’inverno che piega i profumi in un modo tutto suo, li modella come facciamo noi con la neve, ce li restituisce nuovi e preziosi. Cammino al vostro fianco e guardando avanti penso che il fumo, in questa stagione, non assomigli per niente a quello estivo. Ha un odore di casa e coperte, di camino e caffè caldo, l’odore delle castagne e del gelo. L’odore dei guanti di lana. Quasi me li sento addosso.

Il film mi è piaciuto, apprezzo quando mi viene offerto un buon intrattenimento per due ore. Mi piace spendere soldi per una bella esperienza e mi sono abituata a spenderli in vostra compagnia, con le mani nelle vostre, con le spalle al vostro fianco, con i sorrisi nati nella nostra spontaneità. E’ per questo che cammino tra voi, quasi saltello di gioia, quasi dimentico quello che succede, quasi credo che sia tutto come prima. Guardo la luna, perfetta, disegnata con precisione, un sole di notte, e ricordo quando eravamo insieme, tutto era appena iniziato, le nostre mani si intrecciavano con l’acqua marina.

Cammino ancora, abbiamo fatto sì e no dieci passi, voi parlate, giocate, continuate ad avanzare, eppure a me sembra di restare indietro. Mi portate con voi ma dentro mi sono fermata, per guardarvi da dietro travolta dalle nostre stelle comete e i nostri segni del destino, quelli che non sono mai esistiti ma si sono vestiti da pennelli, hanno dipinto il quadro perfetto che oggi è sulla nostra strada. Il quadro in cui ogni pezzo è incastrato con l’altro, quello di cui non ci liberiamo, quello che sta strappando i nostri cuori in pezzi.

Quando i pensieri raggiungono i miei passi non riesco più a guardarvi. Ricordo che giorni fa pioveva e d’improvviso riuscivo a vedere e sentire ogni goccia di pioggia. D’improvviso il suo rumore era una consolazione, il pianto un battesimo dell’autunno. Il conforto che cercavo, proprio quando il sole non c’era più, batteva sui vetri dell’auto dov’ero sola, ed io lo facevo entrare.
Poi la pioggia è rimasta, ed ora cammina con noi.

Mediocre

Mi faccio un po’ pena.
Mi guardo da fuori quando pubblico qualcosa di profondamente mio, e mi vedo aggiornare la pagina ogni minuto, sperando quasi disperatamente di elemosinare qualche “mi piace”, qualche commento di interesse. Mi vedo fissare la pagina che ho creato per me stessa, temporeggiare in altre attività sperando di consumare il tempo che resta tra me e il prossimo complimento. Mi vedo fare di tutto, pensare di tutto, con il fine mai raggiunto di coinvolgere qualcuno che sia più di me stesso in queste mie grandi aspirazioni.
Mi faccio un po’ pena perché poi non accade nulla. Non succede niente, nessuno legge, nessuno visualizza, soprattutto nessuno apprezza. Quello che faccio non piace, non merita l’attenzione di nessuno, non merita il tempo, i click, lo sguardo di alcuno di questi amici.
Mi faccio pena perché ho bisogno di tutto questo, perché non posso farne a meno. Perché essere ignorata mi risuona dentro come un’eco che dichiara ogni giorno: non vali niente. Non sei nessuno. Quello che fai è brutto. Non hai nulla da dire. Non provi nulla. Non sei nulla.

Mi guardo ancora, sono passati diversi minuti da quando ho pubblicato l’ultimo contenuto. Ora che ci penso ho un deja-vu di tutte le volte che ci ho provato, ed improvvisamente mi raggiunge la certezza che anche questa volta sarà come le precedenti. Nessuno noterà quello che ho scritto ed io non saprò mai perché.
Mi difendo dicendomi che è questa la vita dell’artista. Che migliaia di artisti di strada dalle eccellenti abilità non vengono neppure notati dai passanti. Che con la scrittura è ancor più difficile e impegnativo, ché tutti devono impegnarsi troppo per arrivare alla fine di un testo. Mi difendo dicendomi che se la gente facesse questo piccolo sforzo scoprirebbe la mia grandezza.
Mi difendo così, ma in verità so che il punto è altrove. Nella mediocrità degli intenti, nella mediocrità del talento, nella mia mediocrità.
Mi faccio pena perché non voglio accettare questa mediocrità e mi nascondo nell’arroganza, nella superbia. Scrivo bene. Sono brava. Sono una scrittrice.
Oppure sono una persona mediocre che scrive in modo poco interessante.

E l’invidia che provo nei confronti di chi ha del vero talento, l’invidia che provo per chi riesce a vendersi semplicemente esistendo o per quelli che conservano integra la loro dignità nel farlo.. l’invidia che mi rende ancora più disperata. Ancora più sola. Ancora più mediocre, grigia nel grigio dell’inettitudine.

Continuo a scrivere selezionando le parole sbagliate.

Alina – Polvere ritornerai

 

Si muove su due stecchi trasparenti, lattiginosi, barcollanti. Un pagliaccio instabile, fragile, un filo d’erba che fa del suo meglio per non piegarsi, e il suo meglio non basta. I tremiti diventano passi, le spalle aguzze si stringono affaticate dal peso della testa, decorazioni di panna rancida mischiate con capelli di carta. Se lì dentro piovesse si scioglierebbero lasciandola calva, e a guardarla lo è già, anche se indossa quello strano cappello di steli biondi. E i nei, impronte di un malessere che le ha covato dentro e che ha ingrigito la pelle. Adesso si poggia contro il muro, le piastrelle sono fredde come le ossa e il camaleonte ha il loro stesso colore, quello della neve sporca e calpestata. Scompare quasi, le mani coprono il viso come ragnatele, i passi continuano a tremare, i tremiti continuano a fare passi. Quando il fantasma di donna cammina davanti allo specchio, questo non la riflette. Si intravede una mezzaluna femmina nel bordo inferiore, ma senza spessore e senza luce, e senza occhi. Lo spettro non può vedersi e non ha bisogno di farlo, sottile come un foglio, quasi non esiste mentre attraversa il bagno fino alla vasca. La tenda bianca che filtra la luce non si muove, avverte il movimento ma non la vita, non si scuote, non si apre, e la donna si accartoccia non lontano, si incastra tra i bastoncini di gambe e i rametti di braccia, secchi entrambi. Nasconde la faccia tra le ginocchia ma non funziona, e allora si poggia al muro, il collo fatica a far da sostegno ma non serve, la testa rotola, legata ad esso, e se potesse cadrebbe a terra, rotolerebbe via da lì, cercherebbe il suo posto dove potrebbe essere una meteora. A volte lo spettro si racconta, o vorrebbe, ma non ci sono punti, perde il respiro, si affanna perché non ci sono pareti che possano trattenere l’ossigeno e i pensieri, attraversano il corpo e tornano fuori e poi dentro e poi fuori, senza fine respira. Respira.

Respira.

Sono mosche, quelle della ceramica? Ha sempre pensato fossero fiori ma no, sono mosche, ora è chiaro. Perché mai qualcuno avrebbe dovuto disegnare delle mosche su un barattolo, si chiede, e perché mai avrebbe dovuto disegnarci dei fiori. Un barattolo bianco di mosche dure e immobili, eterne, vermi cresciuti e mai liberi da sé. Oppure sì, a leccare quel contorno blu, come mirtilli, una marmellata dolce di frutti neri, e la mosca che lecca, lecca e succhia, e

respira

respira

Respira.

In quella casa tutto è vetro

pensa. Il mobiletto di vetro, la mensola, soprattutto la mensola di vetro. I profumi, il contenitore dei profumi dorati e vecchi e rancidi come la pelle della ragazza, come i nei, come i capelli umidi, i profumi sono di vetro. La testa gira, rotola, di vetro la finestra ma è coperta dalla tenda. La tenda immobile, rotola, la ragazza di vetro, la vasca e la ragazza di vetro accartocciato che si rompe, non si rompe, è già rotta, e rotola.

Rotola ogni cosa

il respiro torna

a volte

eccolo

Apre gli occhi, la luce li ferisce. In fondo al tunnel è tutto bianco, bianca la polvere respirata che l’ha portata lì. In fondo al tunnel è bianco come un bagno, le piastrelle bianche e la pelle bianca, e la donna bianca o nera o non importa, tutto è bianco.

Si alzerà o morirà lì

nel bagno, in fondo

al tunnel

Comunione a vent’anni

comunione

Era ancora un ragazzo quando aveva immaginato la sua morte. Aveva passato l’intera giornata in riva al lago, seduto in una zona sassosa, sempre scomodo e immobile perché la carne si adattasse al suolo spigoloso. C’era vento e tuttavia la giornata era molto calda, tra le più insopportabili che si fossero mai viste ad Elva, e il sole, immerso in un cielo così pulito da sembrare pallido, spremeva il sudore dai corpi con violenza, lasciandoli esausti e incapaci di pensare.

Luik sedeva sulla riva, all’evanescente ombra di un alberello instabile, guardava l’acqua del lago farsi blu ceruleo e riempirsi di piccole gemme di luce che ad occhi socchiusi sembravano insofferenti lucciole bianche, e contemplava l’idea di immergersi nella distesa d’acqua senza particolare fretta. Aveva vent’anni, il corpo quasi nudo coperto delle gocce d’acqua del bagno di pochi minuti prima, i capelli bagnati che disegnavano piccole curve scure sul viso sbarbato e su di esso un’espressione serena, ancora affatto scolpita dagli anni vissuti fino ad allora. Si era alzato dopo qualche minuto e aveva camminato verso l’acqua con attenzione, evitando i sassi più appuntiti, fino ad immergere l’estremità dei piedi e poi le caviglie dentro quella grande brodaglia fresca, quando un piccolissimo pesce verdastro si era avvicinato ad essi tentando di ricavarne qualche cosa, facendolo suo malgrado sussultare e cadere nella distesa d’acqua. Il silenzio intorno si era spento per un lungo attimo, mentre le onde rimettevano in ordine lo specchio in cui si era infine immerso, il suo corpo rosso dal sole, schiaffeggiato dalla differenza di temperatura.

Era rimasto seduto sul fondo melmoso, la testa e le spalle oltre la superficie e tutto il resto immerso, con un incredibile sollievo che gli attraversava le membra e gli ridava la vita, e allora aveva cominciato a pensare a quanto fosse completo l’essere lì, a quanto essere abbracciato dal lago e dal sole, dal bosco intorno e dai sassi sotto di lui, superasse di gran lunga qualunque cosa da lui provata. Gli sembrava di aver fermato ogni desiderio insoddisfatto ma di essere ancora profondamente immerso nel tempo, di far parte di qualcosa, di iniziare e finire in quello stesso equilibrio dei sensi. I suoi occhi riuscivano a cogliere l’interezza del lago, la sua pelle lo percepiva nella sua densità e nella sua storia di lago invernale, quasi mai caldo, e poi il suono delle onde appianava qualsiasi pensiero emergente, regalandogli una serenità che avrebbe voluto portare con sé sempre, ogni giorno. Così aveva realizzato, lasciandosi travolgere dalle piccole onde tiepide, che sarebbe stato davvero brutto morire in inverno. Che la morte non avrebbe mai dovuto colpirlo quando tutto questo non fosse completo e realizzato su di lui, quando non ci fosse la possibilità di salutare per un ultima volta quel Luik che aveva dentro acqua, terra e luce, che era insieme lago, bosco e cielo. Che se la morte l’avesse colto in quell’istante, allora l’avrebbe accettata e che sarebbe stato più che giusto che l’avesse portato con sé, lasciandolo sciogliersi insieme ad ogni pesce e foglia dentro il lago. Sembrava quasi ingiusto non poter scegliere che le cose andassero così, eppure sarebbe stato perfetto, la vita avrebbe fatto il suo corso, si sarebbe spenta in una morte che non sarebbe stata distruzione ma completamento, la totale, definitiva comunione con il mondo.

Aveva sentito molte volte parlare di questa sensazione, libri e aforismi riempivano bocche e biblioteche senza riuscire mai a cogliere più di una certa banalità, e solo in quel momento si era reso conto di quanto dietro simili luoghi comuni potesse trovarsi una verità così grande. Quella era la felicità tanto osannata, l’indescrivibile sensazione di essere colmati da una sorgente fresca nel giorno più caldo dell’estate, e diventarne parte, non essere mai stato lì ed essere lì da sempre, come un destino che mai avrebbe potuto evitare.

Anche quando si era dovuto alzare ed allontanare dall’acqua, aveva dovuto tornare a casa spinto dalla fame, pur lasciandosi alle spalle quel momento eterno, si era sentito cambiato, portava dentro qualcosa in più che sapeva avrebbe faticato a nascondere nella quotidianità. Da quel momento capì che non avrebbe mai potuto lasciare la sua terra, che Elva sarebbe stata la sua splendida, verdeggiante, fertile tomba.

Scrivere in silenzio

A volte scrivere è qualcosa di silenzioso. Quando riesco a farlo di nascosto, quando nessuno guarda, quando riesco a tacerlo, riesce ad essere un piacere reale, che non ha bisogno di vedere la luce del pubblico per esistere.

Negli ultimi mesi ho scritto molto poco, mi sono dedicata alle esperienze di vita, quelle da cui emergono le storie, senza le quali per anni sono dovuta restare in silenzio con me stessa. Ogni tanto riprendo in mano alcune delle pagine che sto scrivendo, quando mi blocco cambio le idee, quando resto ferma rileggo e la mia testa è di nuovo lì. Ci riesco, nonostante le pause. E non è sempre stato così semplice, spesso il vedere di aver lasciato qualcosa ferma troppo a lungo mi ingannava lasciandomi pensare che fosse una storia morta.
Invece c’è qualcosa di vivo che sta ancora crescendo, che non vede nessun altro, che covo a bocca chiusa, concentrata ma senza farne una malattia.

Vorrei che fosse sempre così.
Semplice. Sincero. Spontaneo.

Autenticità

Dopo diverse riflessioni sul tema ho realizzato di aver messo una certa distanza tra quello che per me significa scrivere, quello che nel corso degli anni mi hanno dato le mie storie e i miei personaggi, e quello che invece nell’ultimo anno ho agito in merito ai miei obiettivi. Senza nulla togliere all’impegno che ci ho messo e vorrei continuare a metterci, è innegabile che abbia perso di vista la parte intima e personale che mi ha sempre dato la spinta in questa direzione. Ho cominciato a scrivere per dovere, per raggiungere un traguardo, per dimostrarmi che ce la potevo fare sul serio e che non erano solo parole, e come sempre in questi casi ho perso un po’ la gioia di mettere nero su bianco le frasi e le storie per il solo amore di farlo; per l’amore di guardare i primi passi di personaggi che non necessariamente dovrebbero aver un seguito; per la soddisfazione che dà mettersi davanti al pc e produrre qualcosa a prescindere dalla sua pubblicabilità; per l’amore dello sperimentare, ma il farlo per se stessi e per nessun altro; per la serenità che sopraggiunge quando i nodi si sciolgono nel dialogo con se stessi e sulla carta.

E’ abbastanza triste ammetterlo, ma sembra che abbia manipolato quella che è nata e cresciuta come una sincera passione. “Voglio diventare una scrittrice” da piccola era solo la giustificazione alle ore intere che passavo a scrivere di qualsiasi cosa perché desideravo tenermi compagnia. Ultimamente scrivere è diventato un atto in funzione di quella frase e questo ha nascosto il sincero desiderio di farlo “per farlo”. Magari lo ha protetto, ma in ogni caso gli ha impedito di manifestarsi.

Sull’onda di queste considerazioni ho cominciato a scrivere per scrivere, quando ne ho voglia, e non necessariamente la storia principale che sto elaborando. Ho iniziato a buttare giù ritratti o frammenti o lettere o dialoghi, senza discriminare e senza pubblicare, con il solo fine di riavvicinarmi a qualcosa che per me significa così tanto. Con il fine di riprendere contatto con il reale motivo per cui è nato questo stesso blog, e non quello che l’ambizione lo stava portando a diventare.

autenticità

Non ho riletto.

Voglio scriverlo qui senza cancellature, senza preparazione. Voglio scriverlo perché è vero, perché forse spingo così tanto su questo progetto, su questo blog, su quel mio libro, sulla scrittura, che non ho avuto nemmeno un momento per dire la verità. Per farla trapelare come l’unica e sola verità permanente di tutto questo.

Sono terrorizzata

.
Sul serio, terrorizzata; ho paura di non farcela, di non riuscire, di non essere mai nessuno nemmeno per me stessa. Ho paura che tutto questo non serva a niente, che il talento non basti, o che non ce l’abbia proprio. Ho paura di non poter controllare tutto questo, di rinunciare, di perdermi per strada, di fallire, di essere rifiutata, di restare indifferente, di essere vuota o sembrare vuota. Ho paura, tantissimo, così tanto che faccio di tutto perché nessuno possa toccare con mano la vera importanza di quello che faccio, che non è scrittura, non è libro, non è un percorso, non è niente. Ho paura che qualcuno si accorga di quello di cui non voglio accorgermi neppure io, cioè di quanto sia importante, di quanto non c’entri nulla l’essere riconosciuta, l’essere famosa, il vendere, il piacere, lo scrivere un’opera completa.
Sono terrorizzata anche perché adesso che me ne accorgo vedo quanto abbia violentato questa importanza e l’abbia strumentalizzata, l’abbia scarabocchiata di concetti non suoi. Non so se riuscirò mai a riprenderci contatto, e soprattutto a lasciarla vivere senza le ansie e le aspirazioni. Non so nemmeno se voglio farlo.

Questo è vero, e nient’altro. Il resto sono solo io che faccio cose che fanno tutti e non lascio il segno.

 

(foto copertina di Alice Litwin)

Essere uno Scrittore “in divenire”

Per definirsi “scrittore” bisogna potersi mantenere con la scrittura, o comunque guadagnare tanto. Essere pubblicato da un editore, essere conosciuto e riconosciuto dalle persone come tale. Aver scritto almeno un paio di libri. 

Questo mi è sembrato emergesse da una recente discussione che ho avuto con una mia amica, a cui, dopo una lunga riflessione, non ho potuto nemmeno dare tutti i torti. Se qualcuno mi venisse a dire “io sono uno scrittore“, penserei che sia in possesso di almeno un paio delle suddette caratteristiche, se non addirittura tutte. In effetti io stessa faccio parte di una cultura in cui certi ruoli sembrano non poter fare a meno di un riconoscimento esterno. E’ così per qualsiasi cosa, eppure più ci penso più questo mi sembra sbagliato e assurdo. Va così di moda portare con fierezza il concetto di essere se stessi, non quello che gli altri ci dicono di essere, che mi stupisco di come invece categorie come “scrittore” o “musicista” o “pittore” vadano contro questa popolare corrente di pensiero. Mentre mi dico che devo conformarmi, che non tutti quelli che scrivono sono degli “scrittori”, in me nascono domande a cui non riesco davvero rispondere..

In base al guadagno?

Se per essere uno Scrittore devo guadagnare con i miei libri, basta che abbia guadagnato quei 25cent dalla vendita online dell’ebook? Anche se a comprarlo è stata mia madre?..probabilmente no. Allora QUANTO devo guadagnare, per potermi definire Scrittore? Devo potermi mantenere con i libri, farne un lavoro? Allora di Veri Scrittori devono essercene proprio pochi. E se valesse anche per la pittura, diamine, penso a Van Gogh, che non era affatto un Vero Pittore.

In base alla scelta degli editori?

Forse devo almeno essere pubblicata. Ma non autopubblicata, che è troppo facile, nè pubblicata pagando. Bisogna che un editore investa sul mio lavoro, che decida che vale la pena pubblicarlo a sue spese, perché lui capisce. Se lui dice che sono uno Scrittore, allora dev’essere vero. Ho ricevuto la proposta di un editore (NON a pagamento) e l’ho rifiutata, quindi ho perso la mia occasione di essere uno Scrittore. Oppure vale solo per gli editori di cartaceo, perché le proposte per gli ebook sono troppo facili, sono una scorciatoia. Per essere uno Scrittore devi sbatterti molto di più. Penso che forse nessuno mi pubblicherà mai in cartaceo, ma penso anche alla Rowling, che non dev’essere stata una Vera Scrittrice per molti anni, prima che qualcuno capisse il valore della sua opera. L’hanno rifiutata tantissimi editori, la Rowling, e in quel periodo lei era “una che scriveva“, non poteva certo definirsi Scrittrice. Oppure penso a quei personaggi pubblici, che hanno la fortuna di essere pubblicati solo per il loro nome, perché venderebbero anche migliaia di pantofole, se si sapesse che sono una loro creazione. Totti è uno Scrittore, ad esempio. Ma se poi l’editore è indeciso tra due libri e ne sceglie uno, scartando l’altro che pure gli piaceva moltissimo, solo il primo diventa uno Scrittore? E poi, essere un Vero Scrittore potrebbe dipendere dalla moda del momento? Se scrivo di vampiri è più probabile che diventi un Vero Scrittore, nel 2014, come i fantasy degli anni 2000? Dovrei scrivere storie sul Sadomaso, che adesso funzionano, in libreria. Allora un editore mi pubblicherebbe di sicuro, venderei di sicuro, sarei di sicuro un Vero Scrittore.

In base alla visibilità?

Penso agli altri, che devono riconoscermi come Scrittore, e penso a tutti quelli “che scrivono” e sono stati pubblicati, di cui nessuno conosce il nome e di cui nessuno conosce l’esistenza. Ma hanno pubblicato, e magari guadagnano pure poco, perché il loro libro è stato un fallimento, e mi chiedo..sono Veri Scrittori? Oppure non sono degni di tale nome? E se uno ha più soldi di un altro, per la pubblicità, o è più raccomandato, o più famoso pur per altri motivi, non è un po’ più facile che a parità di tutto il resto venga riconosciuto come Scrittore?

Ascolto queste domande senza risposta che continuano a martellarmi mentre discuto con mia mamma. Lei dice che non sono una Scrittrice, non ancora, e mi rendo conto che forse il dolore che provo nell’affrontare questo discorso viene dal fatto che ha ragione. Se la nostra cultura vuole questo, se la nostra cultura pretende che possediamo almeno un paio delle suddette caratteristiche per definirci “Scrittori”, pur senza rispondere alle mie domande, allora è vero. Non sono una Scrittrice. Anzi, sono quasi tentata di rifiutare questo appellativo completamente, perché sembra che sia sinonimo di arroganza, di presunzione. Mi sono definita, a volte e timidamente, una “scrittrice”, magari in erba, senza rendermi conto di come in quelle parole le persone potessero fraintendere l’orgoglio di potersi riconoscere nei propri piccoli traguardi, con l’arroganza nel pretendere di essere qualcosa di così importante e a cui tanti aspirano.

So benissimo che non sono nessuno. Che scrivere un raccontino di trenta pagine non è nulla, che ci sono persone più brave, più laboriose, più impegnate, che vincono concorsi, pubblicano libri, scrivono ogni giorno nuovi racconti, sanno farsi molto meglio pubblicità. Non ho mai detto di essere una Scrittrice con l’arroganza di chi si crede qualcosa di grosso, magari di migliore di molti altri.

L’ho sempre detto perché penso che sia giusto riconoscere a me stessa non solo i risultati concreti, i soldi guadagnati, il numero di libri scritti, il numero di proposte ricevute, il numero di complimenti, ma anche la volontà di raggiungere un traguardo, l’impegno nel cominciare a conseguire un certo percorso, la regolarità con cui tale impegno viene messo in pratica, la sincerità con cui esprimo a me stessa il mio obiettivo, senza i luoghi comuni di una falsa umiltà. Questo per me significa ESSERE qualcosa. Essere in un divenire, non essere in alcuni traguardi predefiniti – da chi?

Quindi scrivo ma no, non sono uno Scrittore, non nel senso che mi sembra gli dia la società. Lo accetto, lo accettavo anche prima, mio malgrado. Ma per tutto quello che investo nella scrittura, e quello che ho investito in passato, e l’importanza che ha sempre ricoperto nella mia vita, scusate ma

anche se non sono una Scrittrice, io MI SENTO una Scrittrice.

Che la società sia d’accordo o no.

E il giorno in cui non mi sentirò più una Scrittrice, non lo sarò più. A prescindere dai soldi che avrò guadagnato. Dai libri che avrò scritto. Dalle persone che mi riconosceranno.

Per correttezza e completezza, ho letto e dunque vi posto alcuni articoli che sostengono una tesi diversa dalla mia:

Scrittori in Causa (interessante articolo e commenti): clicca qui 
– IoScrittore (che apre più che altro una serie di ulteriori dubbi): clicca qui
– Topper Harley (che esprime anche un concetto su lettore vs scrittore che un giorno approfondirò): clicca qui
– Salvatore Anfuso (in questo caso esprime invece la mia stessa idea): clicca qui
– de Agostibus (interessanti distinzioni tra aspirante, esordiente, affermato): clicca qui
(Grazie sempre a De Agostibus per l’immagine che ho messo come immagine in evidenza)

Quando arriva l’ispirazione?

DISCLAIMER: questo non è un articolo “UTILE”, è un articolo e basta.

Nelle giornate come questa, che interrompono l’estate imminente con le loro nuvolacce e mi costringono tra le mura della mia disordinatissima camera, torno all’anno scorso. Me ne sto ore davanti al pc, con una storia iniziata nella testa, con un blog aperto e disabitato, con una pagina Facebook che non va né su né giù, con un racconto completo sulle spalle e nuovi personaggi in cerca di un’autrice meno pigra. O con più idee. Ho la bozza del cosiddetto “nuovo libro a metà” aperta di fronte a me, oppure ridotta a icona, in un’attesa fervente e improduttiva, il mio blocknotes digitale con cui ho temporeggiato per tutto il pomeriggio, e la vocina del Senso Comune che mi suggerisce infida:

non ti sarà mica venuto il blocco dello scrittore?

Il blocco dello scrittore. E’ così chiacchierato che ho il terrore di trovarmelo stampato in fronte, guardandomi allo specchio. Quale blocco? (E quale scrittore?) Per quel che mi riguarda sono nella condizione di sempre, quella in cui è difficilissimo trovare le idee e la voglia per andare oltre la trentesima pagina. Esiste una definizione per quel periodo in cui, invece, si trova l’ispirazione? O devo pensare che questo famigerato blocco sia il fulcro centrale della mia vita?

I

Riflettendo su quante volte mi sia capitato di restare per settimane ferma nello stesso punto, mi torna alla mente il mio primo libro. Mi vergogno ad ammettere di non ricordarne neppure il titolo, ma di ricordare quanto l’abbia odiato negli anni successivi alla sua rilegatura casalinga. Non mi vergogno più, invece, di ammettere che si trattava di un vero e proprio harmony per bambini, dove il momento culminante era il bacio del principe e la storia girava intorno alla relazione tra lui e una contadina umile ma bellissima. Non so di preciso quanto tempo abbia allora impiegato per terminare l’opera, ma ricordo di essermi fermata ogni giorno per diverse ore davanti al pc, a scrivere della loro storia d’amore.
Ho iniziato a scrivere quando ero molto triste, mi sentivo terribilmente sola, incompresa in un modo così canonico, per quell’età, che adesso mi fa sorridere. Ero triste e volevo essere capita, volevo vedere i miei desideri realizzarsi, volevo rifugiarmi in un mondo mio, con le mie regole, che fosse sempre lì al momento del bisogno.. rileggendo tutte queste cose mi sembra davvero di banalizzare, eppure non c’è altro modo di dirlo. Erano davvero queste, le mie scontatissime necessità. Erano davvero i motivi per cui scrivevo. Avevo circa tredici anni, quattordici quando ho finito di scriverlo dimostrandomi che potevo farcela – ovviamente i dubbi permangono.

Allora mi sono accorta di aver sempre scritto in periodi di profonda tristezza o profonda noia, generalmente in momenti che avrei dovuto dedicare allo studio per un esame, come se l’ispirazione dipendesse dai giorni in cui non si può far altro che scrivere, pur di evitare gli impegni sgradevoli. Forse per me è sempre stato un po’ così, più che un hobby era un bisogno e solo ultimamente sto riscoprendo la gioia di dedicarmi a una storia a prescindere dal mio umore. Ma si può fare, questo è certo. Allora mi chiedo tutti voi, che scrivete come me, più di me, sicuramente meglio di me, avete già capito quali sono i momenti in cui scrivere occupa il vostro tempo? E quelli in cui quella terribile etichetta comincia ad aleggiare sulla vostra testa?

Cosa fate, in quel caso?

Quasi per ridere, mi sono messa alla ricerca di qualche consiglio per ritrovare il momento d’ispirazione e superare il blocco dello scrittore. E ho riso, però mi ci sono un po’ ritrovata:

– WikiHow (dove si trova anche come grattare il becco di un fenicottero): clicca qui
– Un tal Amleto de Silva: clicca qui
– Simone(?) che consiglia di “scrivere comunque”..eh già..: clicca qui
– Giovanni Ronci, che non aggiunge assolutamente nulla al vuoto cosmico che sente dentro chi avrebbe questo blocco: clicca qui
– Snoopy, che alla fine è il più saggio:

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